Ospedale virtuale e integrazione ospedale territorio

Data: Venerdì 4 Giugno 2021

Intervento del Dott. Giorgio Casati, Direttore Generale ASL Roma 2, all’interno del webinar Digital Medicine-Compact Immaterial Seminar 4 Giugno.

Presentazione

Trascrizione

Per leggere la trascrizione del video fare click sull’icona +.

Visualizza trascrizione integrale del video

 

Allora cerco di dare il mio punto di vista, intanto i temi sono due: ospedale virtuale e integrazione ospedale territorio. Tengo a sottolineare che su ospedale virtuale, almeno come lo concepiscono io, poi ci ragioniamo insieme, in realtà a latina non abbiamo sviluppato un modello di ospedale virtuale, quindi ne parlo solo esprimendo le mie opinioni, è sicuramente un tema su cui ho riflettuto, perché prima di lavorare a Latina lavoravo al Policlinico Gemelli e questo era uno dei progetti che mi sarebbe piaciuto lanciare, ma poi non c’è stata l’occasione per poterlo fare.

Mentre invece il progetto di Latina ha a che fare con l’integrazione ospedale territorio o meglio l’integrazione tra territorio e ospedale, tra medico di medicina generale e specialista, anche su questo varrebbe la pena fare qualche qualche riflessione, perché almeno chi mi conosce sa che non mi piace parlare né di ospedale né di territorio ma mi piace parlare di pazienti. Tutte le volte che parliamo della nostra organizzazione ci poniamo il problema dell’integrazione, ma se ragioniamo guardando il problema di salute, guardando il bisogno del paziente forse questo problema che ci trasciniamo da qualche decennio riusciamo anche a superarlo.

Detto questo cominciamo a riflettere sui temi che sono in agenda e che secondo me sono sono quelli principali.

Uno è quello della medicina digitale dove ho provato a dare una definizione ma ne potremmo trovare altre 100. Quindi l’impiego di tecnologie digitali nel campo della salute, dell’assistenza sanitaria, dello stile di vita e la società al fine di migliorare l’efficienza dell’erogazione delle cure sanitarie rendere le terapie più personalizzate e precise. Ripeto si possono dare altre 100 definizioni, sicuramente più perfettibili di questo, ma volevo introdurre questo argomento per distinguerlo da quello della telemedicina, altrimenti rischiamo di fare un po’ di confusione. È vero che le due cose hanno molta assonanza, hanno tanti punti in comune Però in realtà stiamo parlando di Due cose diverse, Due terminologie che identificano oggetti diversi e dove magari uno include l’altro, Però quando parliamo di medicina digitale parliamo di qualcosa di molto ampio un importo molto ampio, quando parliamo di telemedicina parliamo di una cosa molto puntuale.

Quando parliamo di Telemedicina normalmente parliamo di postazioni per fare le televisite, teleconsulto, di kit mobili per fare sempre televisite, teleconsulto o per fare telemonitoraggio. Parliamo di televisite, parliamo di centrali operative, questo in qualche modo racchiude il tema della telemedicina e rappresenta un insieme. Quando parliamo di medicina digitale parliamo di qualche cosa di più ampio. Parliamo di un modello dove noi andiamo a sottoporre a governo digitale ecco, tutto quello che facciamo all’interno delle nostre strutture, al di fuori delle nostre strutture evidentemente, su un paziente, qui ovviamente porto qualche esempio ma qualche esempio se volete anche evoluto, come anche l’utilizzo di tecnologie evolute come potrebbero essere il 3D nello studio di un intervento chirurgico, nel supporto durante l’intervento, tecnologie per fare consulenza a distanza, ma al di là delle tecnologie che consentono di fare cose mirabolanti la cosa importante è che tutte queste attività vengono gestite anche digitalmente. Ovvero che tutto quello che accade, viene fatto al paziente, viene poi immagazzinato su una cartella clinica elettronica, digitale, dove quello che noi facciamo viene acquisito e raccolto nativamente in cartella clinica elettronica, che sia una cartella ambulatoriale o una cartella clinica ospedaliera e che questa modalità Di acquisizione, di archiviazione delle informazioni poi renda possibile la loro visualizzazione in tempo reale, come se fosse un circuito di feedback, quindi a supporto poi delle attività che vengono svolte nuovamente sui pazienti, su quelli futuri evidentemente oltre a quello di poter gestire in tempo reale le persone. Un modello di questo genere, una tecnologia digitale diffusa all’interno della struttura in Italia l’ho visto solo in una realtà e questo è ISMETT di Palermo. Tutte le altre realtà hanno più o meno digitalizzato alcune cose, sono riusciti a digitalizzare i laboratori, digitalizzare la diagnostica per immagini o una parte della diagnostica per immagini, tutto il resto viaggia ancora sulla carta, sui PDF e sul fax.

Ovvio che una persona scannerizzando un documento e rendendolo PDF magari sostiene che ha digitalizzato qualcosa, ma digitalizzare vuol dire che poi una volta che io ho immagazzinato quell’elemento conoscitivo lo posso utilizzare, lo posso elaborare, lo posso sfruttare per supportare processi decisionali futuri. Un pdf francamente è un elemento conoscitivo, però non consente di entrare in un mondo diverso da quello che noi siamo abituati a vivere basato, ripeto ancora una volta, sul documento cartaceo.

Lavorare in termini di medicina digitale vuol dire che dobbiamo lavorare in rete, vuol dire che dobbiamo avere un assetto organizzativo con i vari nodi, Non voglio parlare di hub e spoke anche se l’immagine che vi proietto richiama a quel concetto, perché anche questo è come dire un modello che è interessante ma bisogna vedere come farlo funzionare, in realtà di modelli hub e spoke ne sono stati disegnati tanti nel nostro Paese, ma io ne ho visti funzionare pochi.

Perché poi alla fine è oggettivamente difficile assicurare un’integrazione laddove alla base di questo modello di rete, di integrazione che si dovrebbe sviluppare, manca il supporto digitale, quindi ancora una volta, si abbiamo fatto la rete  hub and spoke delle patologie oncologiche, però la comunicazione tra le varie strutture è ancora basata sulla carta e quindi non c’è la possibilità di avere un oggettivo confronto tra professionisti che lavorano su una base dati comune, su elementi conoscitivi comuni, dove non c’è ripetizione delle attività diagnostiche, dove finalmente si possono condividere le strategie terapeutiche nei confronti dei pazienti. Non è che questo non avvenga in assoluto, perché voi sapete meglio di me che operazioni di questo genere avvengono all’interno di singole realtà. Per esempio ricordo al Gemelli, quando fu istituito per la prima volta l’heart team era una cosa molto interessante. Tutte le mattine un gruppo di persone si vedeva e discuteva dei casi più complessi ed erano persone che provenivano da vari nodi di questa rete che si doveva integrare. Ma l’aspetto che caratterizzava quel momento di confronto era che era un confronto fisico, cioè era possibile solo perché uno era il depositario degli elementi conoscitivi sul paziente che li condivideva nel momento in cui c’era l’incontro e quello diventava il momento decisionale.

Lo stesso tipo di operazione è assai complessa svolgerla tra soggetti che stanno lontano fra di loro, anche in questo caso non è che questo non avvenga in assoluto, ci sono esperienze da questo punto di vista ma sono esperienze molto limitate che sono più legate a rapporti professionali e di amicizia che esistono tra professionisti e di stima professionale, piuttosto che essere un sistema diffuso all’interno del nostro Paese.

Lavorare in rete con il supporto della medicina digitale, vuol dire produrre una quantità di informazioni impressionante, quindi vuol dire che dobbiamo pensare a come noi immaginiamo di poter archiviare questa mole di conoscenza, con supporti fisici, con moderni supporti fisici, con modelli cloud. Devo dire che da questo punto di vista in questo momento nel nostro paese non c’è un indirizzo chiaro, ben definito. Le singole aziende si stanno muovendo in autonomia cercando di trovare soluzioni ma questo è uno proprio dei campi su cui sarebbe veramente decisivo prendere una posizione a livello di paese e decidere se si va su modelli cloud o modelli di supporti fisici esistenti o a livello di azienda o a livello di singole regioni e poi come questi supporti si integrano fra di loro.

Un altro punto sono gli applicativi. Perché un conto è avere la rete che produce delle informazioni, avere un luogo dove io queste le posso immagazzinare e archiviare e un altro conto è come io impiego queste informazioni all’interno di un sistema rete. Quando parlo di rete non pensate necessariamente ad una rete fatta tra gli ospedali o tra un ospedale e una Casa della Salute. La rete noi ce ne abbiamo bisogno all’interno degli ospedali, in primo luogo, perché noi non ce l’abbiamo la rete all’interno dei nostri ospedali. I rapporti tra professionisti si basano sui rapporti di stima reciproca più che essere elemento di sistema, ordinario di collaborazione tra componenti diverse, discipline diverse, all’interno di una stessa struttura. Dobbiamo farlo sul territorio, tra strutture territoriali. Lo dobbiamo fare tra ospedale e territorio all’interno della stessa azienda e poi anche tra aziende. Ma se non c’è il nucleo base, cioè non abbiamo la medicina digitale all’interno del singolo nodo, del singolo oggetto, è oggettivamente difficile immaginare che si possa sviluppare un modello rete. Un po’ come se avessimo immaginato di fare una corsa a tappe e ci fossimo dimenticati tra una tappa e l’altra che manca la strada.

Gli applicativi sono molto importanti: applicativi dove è possibile far convogliare le informazioni, poterle condividere tra gli operatori e poter prendere insieme le decisioni. Qua ce ne sono di due tipi fondamentalmente a mio giudizio: uno è l’applicativo cosiddetto di servizio, cioè un applicativo che fa conchiglia raccoglie le informazioni e me le mette a disposizione secondo è lo schema che ritengo più funzionale a supportare un determinato processo di gestione. Non parlo di processi decisionali ma soprattutto di processi gestionali. Ne vedremo un esempio più avanti per quanto riguarda l’integrazione ospedale territorio, molto veloce, però la caratteristica di questi applicativi è che sono sostanzialmente stupidi, cioè producono elementi conoscitivi, il professionista li usa in base al proprio livello di conoscenza, esperienza e sulla base di quegli elementi prende le decisioni.

C’è un altro livello di applicativo, che invece è un applicativo di supporto e quindi un applicativo che supporta il professionista, che usa quelle stesse informazioni anche a prendere le decisioni. Penso che allo stato l’applicativo più sofisticato da questo punto di vista sia quello prodotto da Epic. Non ho notizie di altre altre ditte, altre aziende che hanno prodotto cose più sofisticate di quanto non abbia Epic. Epic è un applicativo che funziona in parecchi ospedali negli Stati Uniti ed è alimentato dell’attività in tutti gli ospedali che sono collegati. Vuol dire che la scoperta che avviene nel New Hampshire e viene resa disponibile a tutta la comunità di tutti gli ospedali che sono collegati e usano quell’applicativo in buona sostanza. Ha al suo interno la possibilità di sfruttare le ultime linee guida, gli articoli di Evidence Based Medicine e aiuta il professionista a prendere decisioni, ponendogli dei quesiti. Ovviamente i percorsi che propone non è obbligatorio seguirli, però nel momento in cui ci si discosta bisogna esplicitare le motivazioni e quelle motivazioni diventano esse stesse elemento di conoscenza che poi entrano di nuovo in questo frullatore che si chiama Epic e che evidentemente rimette a disposizione.

Qual è la differenza per quanto ci riguarda? Che se io voglio un applicativo di servizio come quello che vi farò vedere a breve che riguarda l’ospedale territorio con una milionata di euro, nell’Asl Roma 2 probabilmente me la cavo, se voglio acquisire una cosa tipo Epic forse di milioni di euro ne ho bisogno 300. Questo è un po’ la dimensione per avere un’idea di che cosa vuol dire andare su una strada piuttosto che un’altra.

Lavorare in rete presuppone la definizione di un modello di servizio, questo è uno degli aspetti cui spesso ci si dimentica quando si incominciano a introdurre queste innovazioni tecnologiche. Cosa vuol dire un modello di servizio? Vuol dire andare a specificare che cosa intendiamo fare con questi supporti o con queste tecnologie che introduciamo, che può essere una tecnologia organizzativa come il lavorare in rete o può essere la tecnologia organizzativa abbinata anche a una tecnologia informatica o digitale.

Il caso che volevo trattare era quello dell’ospedale virtuale, così finalmente riesco ad esplicitare che cosa ho in testa, dove io non immagino tanto l’ospedale che riesce ad andare sul territorio seguendo i pazienti in telemonitoraggio anche a tre anni di distanza quando sono stati dimessi. Immagino invece un modello che consente la gestione domiciliare del paziente appena terminata la fase acuta in regime di ricovero assicurando in primo luogo un monitoraggio continuativo dello stesso, per il tempo strettamente necessario, cioè quello che gli consente poi di uscire dalla fase di crisi e quindi ritornare, non alla vita prima del ricovero perché dipende da che cosa è stato possibile fare, però ritorna ad una vita normale dove non ha più bisogno di essere seguito in modo così intensivo; in condizioni di sicurezza s’intende, quindi non devo usare questi strumenti per azzardare una dimissione inappropriata. Garantire l’assistenza nella fase più delicata che è quella del ricovero, per un paziente soprattutto se ha Subito un ricovero chirurgico nel momento in cui è più fragile, più Debole, fatica ad essere autonomo e fatica anche ad avere rapporti con il proprio Medico di famiglia e poi ovviamente il progressivo passaggio in carico dello stesso paziente al medico di famiglia. Io immagino una cosa di questo genere e quindi non un cosa che l’ospedale mette in piedi per sostituire il territorio, ma per garantire al paziente che viene dimesso un’attività che altrimenti presuppone degenze più lunghe o una frequentazione dell’ospedale più intensiva o più ravvicinata.

Definire un modello di servizio significa stabilire per esempio quale è la durata della presa in carico a domicilio dopo la Dimissione, qual è la frequenza dei contatti, s’intende virtuale, o immateriale giustamente come dice il Prof. Gensini, con lo specialista e con l’infermiere. Se c’è la presenza di un telemonitoraggio e con quale tipo di configurazione, quindi come è fatto il kit che serve per trasmettere informazioni, se questa è un’attività continua o effettuata ad orari predefiniti, se sono previste delle visite domiciliari del Medico o dell’infermiere o delle visite in presenza presso l’ambulatorio, qual è il modello di intervento in caso di emergenza e qualunque altra cosa serva per chiarire che cosa do al paziente una volta che esce dall’ospedale ed entra in un modello di ospedale virtuale come se l’ospedale riuscisse a superare i propri confini e arrivare fino alla casa del paziente.

Passaggio in carico con il medico di medicina generale, sempre il concetto di ospedale virtuale, vuol dire che io do la possibilità al medico di medicina generale di fare il giro visita virtuale o immateriale per tutti i pazienti assistiti in costanza di ricovero ospedaliero. Non è poi alla fine è così complicato immaginare di entrare nel sito web dell’ospedale, dove io mi vedo una serie di posti letto, in ognuno di questi posti letto c’è un mio assistito cliccando su un posto letto ho la possibilità di parlare con l’assistito e quindi mi collego in video, ovviamente dotando dello strumento adeguato al paziente che è ricoverato, la possibilità di consultare la cartella clinica, la possibilità di interagire a voce o anche attraverso una chat, che può essere facilmente strutturata all’interno di un applicativo con lo specialista ospedaliero. E ovviamente la condivisione la partecipazione al percorso domiciliare di cui abbiamo appena parlato. Questi sono i due elementi che dovrebbero caratterizzare l’idea di un ospedale che assicura dei servizi, garantisce sicurezza al paziente, una volta che questo viene dimesso, senza necessariamente che il paziente debba avere una frequentazione dell’ospedale assidua, nel periodo immediatamente successivo al ricovero.

Perché tutte le altre tipologie di servizio che invece si configurano come attività di natura territoriale chiaramente possono essere gestite da altre tipologie di servizio, che possono poi integrarsi in modo più o meno impegnativo con gli specialisti che stanno all’interno dell’ospedale, ma in questo caso parliamo di un altro tipo di modello.

Quello che vi faccio vedere adesso è quel famoso applicativo “stupido” però utile, stupido non vuol dire che sia inutile, vuol dire che non mi aiuta a prendere le decisioni, ma mi fornisce tutta una serie di elementi conoscitivi che mi rende La vita più facile. Quindi non solo integrazione ospedale/territorio ma soprattutto tra medici di medicina generale e specialista, questo lo faccio vedere con un filmato molto veloce, che dura un circa un minuto, è un applicativo che usano i medici di medicina generale dell’Asl di Latina, parte dei medici di medicina generale dell’Asl di Latina, è un applicativo con il quale il medico di medicina generale identifica il paziente, lo arruola All’interno di questo Programma, A fronte del quale il paziente ha interi benefici, tipo la garanzia di percorso e la possibilità di non frequentare più, finalmente, il CUP. Ovviamente per partecipare a questo programma Di attività i pazienti da la liberatoria per l’utilizzo dei dati e per aprire il fascicolo sanitario elettronico. Una volta che il paziente viene arruolato viene poi inquadrato rispetto al o ai Problemi di salute che ha. Una Volta che questi sono stati identificati L’applicativo mi restituisce il percorso che il paziente dovrebbe fare, tenuto conto nel caso di specie che è un paziente sia con diabete che con BPCO. Quindi c’è il programma di controlli, il tipo di prestazioni che deve fare, la frequenza con cui queste devono essere fatte e purtroppo non riesco a farvelo vedere ma sotto ovviamente c’è anche la terapia Farmacologica. Perché è stupido? Perché se fosse EPIC probabilmente mi darebbe, come dire, l’ultimo ritrovato della scienza in buona sostanza, metterebbe magari in discussione che debbano essere fatte alcune di queste prestazioni. Queste prestazioni sono state identificate da un gruppo di lavoro che è chiaramente molto allenato, molto esperto dal punto di vista professionale, ma che comunque ha i limiti delle conoscenze e delle esperienze delle persone che hanno partecipato, a questa iniziativa all’interno dell’azienda sanitaria di Latina.

Se fosse un sistema di supporto alle decisioni ovviamente ci sarebbero non solo l’esperienza di quel gruppo di professionisti ma ci sarebbe l’esperienza di una comunità più vasta e quindi consentirebbe di fare cosettine un pochino più elaborate o sofisticate. La cosa importante è che il medico di medicina generale in ogni caso Può entrare in questo percorso che gli propone l’applicativo e modificarlo, quindi può aggiungere o togliere prestazioni può modificare le frequenze, può modificare la terapia farmacologica che viene proposta, una volta che lo salva, finalmente può procedere per le attività successive, quindi da un lato comincia a produrre Le ricette e quindi poi lo vedremo a brevissimo, le potrà anche prenotare. Questo evita al paziente di andare al Cup e doversi prenotare in autonomia le prestazioni, ma per il medico di medicina generale è un rafforzamento del rapporto di fiducia con il paziente e per me azienda, è un atto fondamentale, perché quel piano di lavoro su quella persona, in realtà l’applicativo lo sviluppa senza orizzonti temporali, Questa è la ricetta dematerializzata, lo replica senza orizzonti temporali e quindi già occupa la mia capacità produttiva 2-3-4-5 anni di distanza consentendo all’azienda di pianificare con anticipo la propria capacità di offerta, riuscendo a fare quella cosa importantissima che è garantirne al paziente il percorso. Garantire il percorso non vuol dire che io gli do la possibilità di fare prestazioni, ma gli garantisco che le prestazioni saranno fatte secondo la sequenza logica, la tempistica concordato col suo medico curante.

Questo è quello con cui esce il paziente dal medico di medicina generale, quindi con il suo un piano di lavoro, le sue prenotazioni e quindi si presenterà nelle sedi indicate, agli orari indicati a fare le prestazioni.

Se avessimo un sistema più evoluto addirittura potremmo fare in modo che Le prestazioni possano essere Concentrate in un unico sito, in un’unica giornata, nel limite del possibile, in modo da ridurre ulteriormente la necessità di frequentare strutture sanitarie.
Come vedete poi c’è dentro anche la terapia farmacologica, questo offrirà opportunità importanti, per esempio con valutazioni di secondo livello fatte da esperti della farmacia. L’altra cosa che consente è quello di vedere a quali eventi ha partecipato questo paziente. Questo è un paziente particolare che frequenta molto spesso gli ex punti di primo intervento dell’Asl di Latina, ha avuto anche un accesso al pronto soccorso, questa cosa consente al medico di medicina generale intanto di farsi un’idea di quante volte questo signore, al di là del rapporto che ha con il medico di medicina generale, frequenta strutture sanitarie e per quale ragione, perché per ognuna di queste può entrare e vedere qual è il motivo dell’accesso al punto di primo intervento o al percorso. Entrando nel fascicolo elettronico sanitario, a questo punto il medico può vedere i referti, capite che però stiamo parlando di PDF e non di dati elaborabili, quindi interessante ma non esaustivo. Consente chiaramente di chattare col medico di medicina generale, ripeto è un applicativo molto interessante, che semplifica molto la vita ai medici, ai pazienti, All’azienda sanitaria, ma non è un Sistema intelligente, quindi di supporto alle decisioni.

Per fare medicina e generare Telemedicina, tecnologie e modello di servizio non bastano, bisogna avere i percorsi, Bisogna avere i PDTA, perché quell’applicativo la proposta di profilo di monitoraggio la fa se l’azienda ha definito dei PDTA, se non li ha definiti non è in grado di proporre alcunché al medico curante.

È necessario rivedere i nostri sistemi di misurazione, che sono tutti incentrati secondo il modello organizzativo tradizionale fatto a silos a canne d’organo verticali, per incominciare a misurare le performance, rispetto ai pazienti e alle aggregazioni di Pazienti per classi di età per gruppi di patologie, per branche e per discipline, a seconda di quello che si ritiene opportuno fare, è chiaro che più si è mirati e più la significatività delle informazioni diventa importante, per poi supportare le decisioni.

È necessario intervenire sugli assetti organizzativi, perché è evidente che qui non stiamo più parlando di un qualcosa che può essere immaginata come oggetto di gestione di un’unica struttura, di un’unica unità operativa, questa è una verità che conosciamo da tanto tempo, lo stesso Guzzanti già negli anni 80 parlava di dipartimenti di progetto e di dipartimenti di patologia. Però questi alla fine non sono mai stati realizzati. Abbiamo bisogno di spostare l’attenzione del modello organizzativo dalle colonne alle righe, dove per ogni riga si immagina, ovviamente a fronte dello sviluppo di un sistema di monitoraggio adeguato, che ci siano anche delle forme di responsabilità Importanti, che si raccordano con le competenze Disciplinari. Senza modello Organizzativo diventa difficile poi realizzare qualunque modello di servizio.

Bisogna integrare i nostri modelli organizzativi con le centrali operative di vario genere; Ci sono un paio di esempi ma non è questo l’oggetto di cui voglio parlare, Sicuramente è necessario immaginare come si organizza poi l’attività, soprattutto sul territorio dove è molto meno strutturata. Che cosa devono fare esattamente UCP? Come li supportiamo? Con che tipo di personale? Se è dedicato e a supporto Diretto delle UCP? Se sono unità e sono al di fuori delle UCP e lavorano In autonomia o in una logica Di integrazione? E poi sia per la gestione del passaggio in carico della fase acuta alla fase post acuta nel passaggio tra ospedale e territorio ma anche per la gestione del paziente cronico sul territorio.

Bisogna incominciare a immaginare che tutta questa roba ci produrrà quantità di informazioni importanti, quindi ci darà l’opportunità di lavorare sui big data, a Latina ci abbiamo provato: Abbiamo anonimizzato i dati di 5 anni di tutti gli assistiti, abbiamo fatto uno studio Per Vedere qual era il profilo del paziente scompensato che andava in drop out e ad un certo punto sospendeva La terapia. E la cosa è Molto interessante, perché consente di fare poi politiche mirate, strategie definite, anche di prevenzione e di educazione sanitaria, su quelle fasce di popolazione Che sono maggiormente A rischio, nella fase di uscita di una determinata Terapia, che poi si trasforma, Come sapete bene, in prestazioni di ricovero, in sovraffollamento di pronto soccorso.

Abbiamo bisogno di cambiare la testa dal punto di vista della programmazione, ma questo evidentemente nasce dalla disponibilità anche delle informazioni E Incominciare a definire strategie per problemi di salute. Questo è un’ipotesi, È una prima bozza di strategia per il diabete, nell’ASL di Latina fatto con un modello di programmazione, ma la cosa importante è che è multidimensionale e come vedete oltre a mettere in evidenza dei risultati che si vogliono ottenere si preoccupa anche, nell’ultima riga, degli aspetti che sono legati alla crescita e allo sviluppo.

Abbiamo bisogno di investire tanto in formazione. Perché noi non siamo ancora capaci di farle bene queste cose, Quindi ben venga poi il supporto degli ingegneri che ci fanno capire come riusciamo a sfruttare meglio tutte queste opportunità, che le tecnologie Nuove ci mettono a Disposizione, per usarle nel modo corretto e non solo Gli ingegneri. Perché sennò il rischio, se non facciamo tutte queste cose, che esperienze anche importanti come Questa, questo è l’erogazione di un eco cardiogramma a domicilio di un paziente. Un esempio di tele diagnosi, Un infermiere sonographer è a casa del paziente, il medico è nel suo studio e riesce ad erogare questa prestazione che sembra o è sembrata fino a ieri tanto complessa, in una modalità assolutamente semplice e che aiuta la vita delle persone, però anche esperienze di questo genere sono inquadrate all’interno di un modello di servizio.

Quindi anche esperienze di questo genere, rischiano di diventare esperienze sperimentali, un po’ quello che diceva inizialmente il Prof. Gensini, non abbiamo bisogno più di Sperimentazione, abbiamo bisogno di programmi di lavoro, con delle scadenze che progressivamente diventano sistema all’interno dell’azienda.

Esperienze di questo genere se non coordinate e non inquadrate all’interno di un modello di servizio, sono l’ennesimo evento sperimentale che muore, nel momento in cui finisce il finanziamento o nel momento in cui finisce il supporto delle aziende che ti mettono a disposizione i kit in comodato D’uso o una piattaforma di monitoraggio in comodato d’uso, oppure finiscono quando quel professionista va in pensione; normalmente siccome queste cose per realizzare ci vogliono tanti anni, è normale che queste si sviluppino quando i primari sono in una fase abbastanza matura, il rischio è che la vita di queste esperienze, per quanto valide, alla fine si rischia di perderle e si perde un grandissimo valore per il nostro sistema sanitario.